Quello che “Tarapìa tapiòco….”

(Cit.)

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A volte mi veniva chiesto di spostarmi all’altro punto vendita: 40 Km più a nord di quello dove lavoravo io che già si trovava a 25 Km da casa mia: eh che tempi, quando l’autostrada era la mia casa!

Per me non era un problema: ormai c’ero abituata e in fondo mi piaceva anche cambiare posto ogni tanto. Showroom diversi, vendite diverse (in quantità e qualità), e soprattutto clientela molto molto diversa. Non per niente, molte storie esistono anche grazie a questi miei continui spostamenti una volta 60 Km a nord, una volta 50 Km a ovest, una volta 25 Km verso est…

Questo era il più lontano non solo da casa mia, ma anche dal mio dialetto, dal mio modo di ragionare e, soprattutto, era in una città tipicamente rivale della mia.

Premesso questo.

Pomeriggio qualunque tra quelli in cui mi trovavo in questo negozio al “nord-nord”. Arriva un signore tale e quale a Lamberto Dini: una certa età, distinto, faccia seria. Sorrido dando il benvenuto, lui con un cenno della mano mi ferma e dice “Faccio un giro e poi semmai la chiamo, signorina”. L’ho solo salutato! Non avevo intenzione di alitargli sul collo, ma lui si è voluto assicurare che non lo facessi. Vabbè.

Dopo qualche minuto si affaccia nel mio ufficio, con la stessa faccia impassibile “Signorina, adesso avrei bisogno di lei”.

Io pensando “Woh, che signore gentile e distinto”, rispondo “Vengo subito!”, e vado verso di lui: con un cliente rispettoso e discreto è sempre un piacere in più. Mi dice che vuole informazioni su una poltrona con alzata. Sarcofago_egizio“Premetto che non è per me, ma per mia madre che ha qualche problema motorio”, mi dice.

Madre???!!!

Sua madre???!!!

Ok. Allora questa è sicuramente la sua fototessera.

Inizio a descrivergli i modelli presenti in negozio, le varie funzionalità, i tessuti, le pelli, ecc. Lui mi osserva. Non mi guarda: mi osserva. Quindi, ad un certo punto del mio discorso, mi fermo e chiedo se mi dovesse porre qualche domanda. Mi risponde con una frase di cui non ho capito una parola. Era in dialetto locale, stretto, e che io proprio non capisco. Mi sono gelata. Anche perché non capivo per quale motivo se ne fosse uscito con questa frase in dialetto. “Mi scusi, non ho capito” e lui, sospirando, tira su la testa muovendosi a destra e sinistra come a cercare qualcuno dietro di me, e dice (in italiano) “Mmfhh, ma non si può parlare con qualcuno che capisce la mia lingua?”

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…Gosh. Durissima trattenere i commenti. Ho preferito, per il bene del negozio, aspettare di sentirgli dire che stava scherzando: sarebbe stato uno scherzo del caspita, ma tant’è. Invece niente, non stava scherzando. Infatti durante il mio silenzio, lui ha continuato a guardare alle mie spalle. Poi si avvia verso l’ufficio, lasciandomi lì basita, si affaccia dentro e borbotta “Non c’è nessun’altro… Va bene”.

Io vado verso di lui, chiedendogli se c’era qualcosa che non andava. Lui, andando verso l’uscita, fa spallucce e, accennando un sorriso, mi dice “Mi dispiace signorina. Vorrei poter parlare come voglio, ma lei non mi capisce, quindi….”

Era una supercazzola, vero?

Bah…


IMPORTANTE: Nessun cliente è stato maltrattato o ferito durante questo racconto. È e rimane solo un racconto, per condividere il punto di vista di chi sta dall'altra parte della scrivania: il cliente ha sempre ragione, ma a volte questa frase viene presa un pochettino troppo in parola...ed io ci scherzo su.

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